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Non
penso che una biografia debba contenere date e elencazioni di accadimenti
ed eventi - quanto piuttosto persone e parole di persone che ci riportano
e dicono.
La biografia
raccolga rappresentazioni, raffigurazioni, giudizi e congetture, racconti,
i segni e gli oblii, da coloro che ci sono stati estranei e compagni
di percorso e trascorso. Un inanellarsi di opachi ricordi, approssimati
gli uni agli altri, delimiti la porzione dello spazio e del tempo che contiene
la nostra vita così come uno stampo è insieme impronta e matrice della
sua scultura. Quanto più il ricordo attorno a noi si fa sfumato, approssimativo,
rielaborato tanto più la nostra vita trascorsa si dilata e viene ad
assumere i connotati dell'eventuale e del
possibile, perdendo quelli di una pretestuosa e falsa oggettività.
E poi i nostri
ricordi: disarticolati anch'essi in questo perpetuo e interminabile
lavoro che ognuno di noi continua a praticare incessantemente, il lavoro
di raccontare di noi a noi stessi per costruire quell'immagine identitaria
che ci consente di distinguere e differenziare l'io dal non io. Ed è
un raccontarci lo stesso passato, ogni volta più distante ed evanescente,
sempre in modo mutato e rinnovato. Senza illusorie pretese fotografiche
ma con reali e fondate nuove verità.
Mi piace contrapporre
alla cultura dell'individualità e della storia la concretezza e sensibilità
dell'inidentità e dell'evanescenza. Alla certezza sostituire
la possibilità della rappresentazione. Le opere stanno nella mia testa,
irrisolte, confuse, spezzate, ossessive, e si mischiano ad altre opere
e ad altre ancora. Poi dopo giorni mesi o anni, in un attimo, le parti
magicamente si riconoscono, si danno la mano e mi danzano davanti agli
occhi.
Sono il privilegiato
che ha visto per primo. É l'unico motivo valido per scegliere questo
mestiere.
A questo punto
viene il lavoro che rende manifesto e visibile il pensiero rivestendolo
di materia.
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